Il mio incontro con la poesia
Ho cominciato a scrivere poesie appena ho avuto una penna in mano, i miei primi testi risalgono alla scuola elementare. La poesia era ed è un bisogno, una necessità.
Ricordo ancora il peso di quella penna blu tra le dita, troppo grande per la mia mano di bambina. Era un martedì qualunque, di una notte d’estate, molto calda. Ero affacciata alla finestra della mia camera, al secondo piano e l’unica compagnia era una luna immensa, piena di luce e mistero. Sentivo qualcosa di diverso agitarsi dentro. Le parole volevano uscire, ma non in fila ordinata come ci avevano insegnato, volevano danzare.
“La luna promette e io resto in ascolto” scrissi e mi fermai stupita. Da dove era venuta fuori quella frase? Capivo che stava succedendo qualcosa di magico.
Imparare a scrivere mi aveva permesso di dare vita ai miei primi versi, timidi e a volte sgangherati. Le parole si allineavano sul quadernino a righe, un po’ tremanti ma determinate, come se sapessero già di portare in sé un segreto prezioso. Era la poesia che bussava alla porta del mio cuore bambino e io, senza saperlo, le stavo già aprendo.
Da quel giorno, cominciai a riversare parole e sensazioni su fogli, quaderni e su qualunque superficie avessi a disposizione. Conservo ancora tutto, dentro una grossa scatola e quando voglio fare un tuffo nel passato, la apro e leggo di fianco alla me bambina.
Rubavo momenti durante gli intervalli per scrivere di nuvole che sembravano montagne e di pozzanghere che riflettevano il cielo come specchi rotti.
Su un foglietto strappato scrissi “Quando mi sento sola, chiudo gli occhi e le parole danzano davanti a me”.
Non scegliemmo di incontrarci, la poesia e io. Fu piuttosto un riconoscimento reciproco, come quando due anime si guardano e sanno di appartenersi. Lei era lì, nascosta tra le pieghe delle emozioni che non sapevo ancora nominare e io ero lì, con la mia fame di bellezza e la necessità urgente di dare forma all’invisibile.
Non sapevo che quella fosse poesia, sapevo solo che dentro di me viveva un linguaggio diverso, che sentivo più vero di quello che usavo per comunicare con chi era intorno a me. Era come avere un tesoro nascosto che cresceva ogni giorno, alimentato da ogni tramonto che mi lasciava senza fiato, da ogni lacrima che non riuscivo a spiegare.
Quella necessità non mi ha mai abbandonato. È diventata compagna fedele, respiro quotidiano, modo di stare al mondo.
La poesia non fu mai una scelta, era necessaria, naturale, vitale. Un bisogno che cresceva con me. Anche quando non avevo una penna a portata di mano, le parole si formavano nella mente, pronte ad essere catturate dal primo foglio bianco.
Ancora oggi, quando prendo in mano una penna, sento l’eco di quel primo verso: “La luna promette e io resto in ascolto.” È il momento in cui tutto iniziò, quando scoprii che le parole potevano fare molto di più che comunicare: potevano incantare, consolare, trasformare il mondo in qualcosa di più bello di quello che sembrava.
Così ho imparato che alcuni incontri non accadono per caso: accadono perché l’anima li stava già aspettando, con la pazienza infinita di chi sa che certe cose, prima o poi, devono trovare la loro strada verso di noi.